Editoriale del numero 2 di "L'Architettura Naturale"
L'ARCHITETTURA NATURALE

"Architettura Bioecologica", "Bioarchitettura" neologismi etimologicamente pericolosi per la comprensione dell'area disciplinare a cui si riferiscono. Inducono a ritenere che questa sia poco più che un settore, una parte in qualche modo specialistica dell'Architettura. Questo equivoco è generato dal diffuso abuso dei termini "biologico", "ecologico" da cui nasce la convinzione che per Architettura Bioecologica si intenda semplicisticamente la simbiosi tra una disciplina antica, l'architettura, e una disciplina giovane, l'ecologia, quest'ultima usata come filtro per una attualizzazione assolutamente settoriale della prima, per altro comunque auspicabile. In realtà, nel nostro modo di affrontare la cosa, il suffisso"bio" si riferisce, in modo molto ampio, alla auspicata presenza di "vita" in un'architettura, ormai ritenuta per diversi aspetti e da diversi punti di vista e soprattutto in Italia, sempre più morente. Quindi un'Architettura fatta per la vita, un'Architettura in grado di creare "case" e quindi "città" intese come organismi viventi. Il termine "ecologico" rappresenta invece l'esplicitazione della volontà che l'Architettura crei luoghi che sappiano rapportarsi in modo equilibrato con l'ambiente in cui si inseriscono e che necessariamente trasformano. Pensiamo quindi l'Architettura Bioecologica come una radicale rilettura, una sorta di rifondazione dell'Architettura stessa che ha origine da un vasto campo di ricerche fortemente interdisciplinari e interconnesse.

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Lo schema illustra un isolato solare ottenuto orientando lo spazio pubblico che a sua volta orienta gli edifici che vi si prospettano. In questo modo l'orientamento solare viene integrato con la centralità dello spazio civico.

Questi termini continuano ad essere giustificati, ancora oggi, solo dalla necessità di rendere riconoscibile e individuabile, anche al prezzo di qualche equivoco, un percorso di ricerca tecnica e culturale ancora acerbo ma non sono ovviamente per nulla rappresentativi della complessità delle interazioni messe in gioco quando si pensa ad un'Architettura fatta per la vita. Si potrebbe allora parlare forse più propriamente di Architettura Olistica o più concretamente e più efficacemente di Architettura Naturale (nell'accezione di conforme alla natura, secondo natura). Questo chiarimento è in qualche modo richiesto dalla confusione già presente nell'ancora marginale ambito dell'ecologia del costruire ma soprattutto dal contesto di generale grave crisi dell'Architettura e in essa dell'Architetto. Crisi di contenuti per l'Architettura, crisi di ruolo per l'Architetto. L'Architettura ha perso negli ultimi decenni pressochè completamente i propri contenuti sociali, in campo tecnologico è in balia dei prodotti dell'industria e del mercato più che del sapere e della ricerca professionale, è disorientata da un eclettismo formale ormai completamente astratto e fine a sè stesso.

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Concorso IACP a Trieste. La disposizione degli edifici tiene conto del clima locale e dell'accesso al sole pur con l'alta densità richiesta dal programma. (progettisti: S. Los & N. Pulitzer)

Improbabile individuare oggi nel percorso di ricerca culturale, professionale, tecnologica, progettuale di un architetto la consapevolezza di lavorare per l'uomo e per la sua salute psicofisica, di trasformare l'ambiente per favorire la vita, di operare per l'equilibrio dei rapporti sociali... L'architettura è ormai autorappresentativa nel migliore dei casi, rappresentativa della sua subalternità al mercato nel peggiore. Tutto ciò in un contesto in cui l'industria edilizia e quindi l'Architettura sono oggettivamente tra le attività umane a più alto impatto ambientale e sono di conseguenza tra le principali responsabili della tendenza alla distruzione del pianeta.
E' decisivo quindi riportare al centro delle riflessioni di chi fa dell'architettura il proprio mestiere o di chi semplicemente e inevitabilmente con l'Architettura convive, il rapporto tra l'Architettura e la vita, questa vista, con tutte le sue implicazioni come scenario di relazioni complesse ed in questo senso adottata come chiave di lettura di un'attività umana, quella di pensare la trasformazione del territorio per la costruzione dei luoghi dell'abitare, connaturata all'esistenza dell'uomo, per questo "naturale", e sempre strettamente legata alla sua storia e alle sue vicissitudini.

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Casa Satta De Risio a Olbia. L'edificio fornisce un'interpretazione regionalista dell'architettura sostenibile migliorando l'abitabilità del luogo con due ampie terrazze. (progettisti: S. Los & N. Pulitzer)

Ogni periodo storico ha prodotto la sua Architettura o le sue Architetture. L'Architettura è stata definita e continua ad essere definita sulla base delle particolarità culturali, sociali, politiche ed economiche che ogni periodo storico produce. Spesso le definizioni sono venute dalle stesse avanguardie culturali artefici delle innovazioni e dei cambiamenti, in altri casi sono stati i critici e gli storici a sentire l'esigenza di identificare determinati percorsi di ricerca con una aggettivazione che ne evocasse i contenuti. Abbiamo quindi nel recente passato parlato di architettura neoclassica, moderna, organica, razionalista, postmoderna, decostruttivista, minimalista...... Definire il percorso di ricerca su cui si sta lavorando è un esigenza quasi insita nell'atto stesso di ricercare. L'esigenza nasce da una necessità da sempre primaria per l'uomo e ancor di più centrale oggi, quella di comunicare. Le definizioni sono, per loro natura, sempre riduttive ma funzionano, svolgono un compito insostituibile: comunicano! comunicano, magari in modo rozzo e impreciso, ma consentono il dialogo con una cerchia di persone più vasta della ristretta avanguardia che le ha prodotte.

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Casa Satta De Risio a Olbia.

L'obbiettivo di questa rivista è di contribuire a costruire le basi culturali di un movimento che ha avuto sino ad oggi principalmente fondamenti tecnici. Vorremmo ricucire la persistente e improduttiva frattura tra la componente tecnologica e la componente formale e compositiva del fare progetto. Frattura che continua a determinare forti freni allo sviluppo di una visione integrale dell'Architettura in cui forma e linguaggio coesistono con forti e consapevoli contenuti tecnici. Vorremmo che nascesse dal lavoro di questa rivista una forma, un linguaggio capaci di comunicare in modo più efficace i forti contenuti di innovazione tecnologica, sociale, ideale che l'Architettura Bioecologica ha prodotto in questi anni.

Scegliendo il titolo di questa rivista volevamo, forse un poco avventurosamente e ambiziosamente, definire un movimento culturale che da dieci anni scommette (ottenendo lusinghieri successi) sulla possibilità di contribuire allo sviluppo sostenibile dell'attività di costruire e trasformare il territorio. Abbiamo pensato che "l'architettura naturale" fosse il titolo più naturale per questa rivista. Al di là del gioco di parole pensiamo che questo titolo sia il migliore per definire un'architettura che vuole riprendere a imparare dalla natura le regole del suo gioco. Sappiamo che non tutti concordano con questa scelta. E' per questo che vorremmo aprire un confronto aperto con chi ci legge.
Qual'è il titolo più giusto per questa rivista? Qual'è la definizione più corretta per il movimento ideale, tecnico e culturale che le sta dietro?
Già da questo numero diamo spazio al primo contributo. Ne aspettiamo altri.

Giancarlo Allen


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